
Arte...esplosiva!
Cai Guo-Qiang, l'artista che dipinge con il fuoco
L'ho scoperto per caso, una sera, su Netflix. Il documentario si intitola La scala celeste: L'arte di Cai Guo-Qiang (Sky Ladder: The Art of Cai Guo-Qiang), girato nel 2016 dal regista scozzese Kevin Macdonald, premio Oscar nel 2000 per Un giorno a settembre. Lo racconto perché quell'ora e mezza di visione ha cambiato il mio modo di guardare l'arte contemporanea, e forse anche il confine fra ciò che considero creazione e ciò che considero distruzione.
Cai Guo-Qiang, nato nel 1957 a Quanzhou, nella provincia cinese del Fujian, non dipinge. O meglio: dipinge con la polvere da sparo. La sua tela è lo spazio aperto, la carta è solo un supporto transitorio che registra le tracce lasciate dall'esplosione. L'opera si materializza nell'istante esatto in cui il materiale si dematerializza: un boato, una colonna di fumo denso, e poi il silenzio. Quello che resta sulla superficie è il risultato di un processo meticoloso nella preparazione e radicalmente incontrollabile nell'esecuzione. È questa tensione fra metodo e caso che rende il suo lavoro così magnetico.
L'interesse di Cai per la polvere da sparo non è solo estetico. Come ricorda lo storico dell'arte Wu Hung, nel testo critico scritto per la mostra al National Art Center di Tokyo nel 2023, l'artista la considera una delle quattro grandi invenzioni cinesi, insieme alla bussola, alla carta e alla stampa. È significativo che gli antichi cinesi non l'abbiano sviluppata per scopi bellici: fu la ricerca dell'elisir dell'immortalità a condurli a quella scoperta. Cai tiene insieme questi due poli, la spinta verso l'eterno e la potenza distruttrice, senza mai risolvere la contraddizione.
C'è un dettaglio biografico che spiega molto. Quando era bambino, suo padre, calligrafo, disegnava paesaggi in miniatura sulle scatole di fiammiferi: universi interi compressi in pochi centimetri quadrati. Il figlio avrebbe potuto proseguire quella tradizione di paziente precisione. Invece si è dedicato al contenuto della scatola, non alla sua superficie. Ha scelto il fuoco.
Il documentario di Macdonald segue la realizzazione della Sky Ladder, il progetto più ambizioso di Cai: una scala di fuoco alta 500 metri, sospesa fra terra e cielo grazie a un pallone riempito con 6.200 metri cubi di elio. Un'opera tentata e fallita tre volte in vent'anni, a Bath nel 1994, a Shanghai nel 2001, a Los Angeles nel 2012, prima di riuscire finalmente all'alba del 15 giugno 2015 nel porto dell'isola di Huiyu, vicino alla sua Quanzhou. La scala ha bruciato per circa due minuti e mezzo. Era dedicata alla nonna centenaria dell'artista, che non aveva mai potuto assistere al lavoro del nipote.
Due minuti e mezzo. Il tempo necessario per creare qualcosa che aveva richiesto due decenni di tentativi.
Dopo quel documentario ho seguito le tracce di Cai. Nel 2018 ha portato la polvere da sparo agli Uffizi di Firenze con Flora Commedia, sessanta opere realizzate con tecniche sviluppate appositamente per il museo fiorentino, ispirate a Botticelli e alla tradizione rinascimentale. Nel febbraio 2019 ha fatto esplodere la polvere da sparo nell'Anfiteatro di Pompei per Nel Vulcano, rievocando la dinamica dell'eruzione del Vesuvio. Nel 2024 ha collaborato con il Getty di Los Angeles per WE ARE, un evento con 50.000 fuochi diurni e 1.300 droni al Memorial Coliseum davanti a 4.500 spettatori. E nell'ottobre 2025, al Centre Pompidou di Parigi, ha realizzato The Last Carnival, una performance pirotecnica di quasi venti minuti sulla facciata del museo in chiusura per ristrutturazione: tre atti che hanno attraversato la storia dell'arte fino al dialogo con l'intelligenza artificiale.
Perché nel frattempo Cai ha sviluppato cAI, un modello di intelligenza artificiale multimodale addestrato sul suo corpus di opere e sul suo pensiero, operativo dal 2017. Non è un vezzo tecnologico: è la prosecuzione della stessa ossessione per l'imprevedibile. Come la polvere da sparo non si lascia controllare completamente, così l'intelligenza artificiale produce risultati che sfuggono all'intenzione del creatore. Cai lavora da oltre 650 mostre e progetti in cinque continenti, più di 120 personali e 70 eventi esplosivi. Numeri che misurano una carriera, ma non la spiegano.
Quello che mi è rimasto di quel documentario visto per caso è un'idea precisa: che l'arte più potente si crea nell'istante in cui accetti di non poterla dominare. La preparazione è tutto, il risultato è un regalo.
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